Sperimentazione sugli animali, sito animalista condannato

laboratorio

I ricercatori non possono venire indicati come “torturatori” o “vivisettori”, si incorre nel reato di diffamazione come ha stabilito la Corte di Cassazione. Inoltre non possono venire diffusi i nomi di coloro che sperimentano sugli animali, come avvenuto ai ricercatori dell’Università di Milano, poiché lede il loro diritto alla riservatezza. In caso avvenga hanno diritto ad un risarcimento dei danni.

I giudici della terza sezione della Corte di Cassazione hanno stabilito la colpevolezza di una donna promotrice di un sito che aveva nel mirino i laboratori nel Torinese, condannandola al pagamento di 80 mila euro all’istituto più 12, 18 e 30 mila euro ai tredici ricercatori diventati bersagli che sono stati, nel tempo, vittime di “molestie”.

In Italia quasi il 90% delle cavie sono topi, i cani lo 0.10%, esiste una disciplina normativa restrittiva tanto d’avere spinto l’Unione Europa ad attivare una procedura di infrazione. Carlo Alberto Redi, accademico e professore di Zoologia e Biologia dello Sviluppo all’Università di Pavia, spiega al fattoquotidiano.it, che l’unico Paese al mondo che ha vietato totalmente la sperimentazione animale è stata la Germania nazista.

Le 29 pagine di motivazione gli ermellini, presidente Adelaide Amendola e relatrice Giuseppina Luciana Barreca, spiegano perché va confermata la condanna di secondo grado. I giudici, riconfermando la decisione del Tribunale d’Appello, dichiarano che i termini vivisezione, vivisettori e visezionisti abbiano un’accezione ampia ricomprendendo procedure su animali vivi, ma anche sperimentazioni in genere, riconoscendo il diritto di critica, tuttavia allo stesso tempo a tali accezioni usati sul sito internet in questione venivano attribuiti connotati negativi dal punto di vista etico. L’accostamento di parole come “torturati” hanno reso oltremodo peggiore la qualificazione delle figure dei ricercatori e dell’istituto. Ad aggiungersi una campagna di protesta contro i dipendenti della RBM ( appunto il laboratorio dove si svolgevano gli studi) diffondendo i loro dati personali.

Lontani dal porre una valutazione soggettiva sulla questione, limitandosi ad esporre i fatti sulla decisione dei giudici che sono adoperati sull’esame giuridico della questione, la contrarietà contro gli esperimenti sugli animali è da reputarsi pubblica. Di contro, tuttavia, rimanendo lontani dalle azioni disumane, senza tale tipo di ricerca saremmo stati lontani dal trovare soluzioni a malattie oggi curabili. Se si può, umanamente, valutarla come fosse un’attività di caccia indispensabile per la sopravvivenza, i test sulle cavie da laboratorio devono venire condotte con i giusti criteri e quella civiltà indispensabile e richiesta in un Paese come il nostro.

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