La religione nel mio romanzo

Mi è stata rivolta domanda sul perché abbia nel mio romanzo previsto una gerarchia di divinità che abbia connotati e caratteristiche sia riconoscibili nei miti classici e norreni quanto preveda all’interno la presenza di divinità superiori che differiscono dal concetto comune di bene e male. Innanzitutto una premessa, nel mio libro immagino la figura di un unico creatore superiore e supremo, sotto di lui il dio superiore del bene e il dio superiore del male, ma anche una terza figura, quella del dio dell’Oscurità, intesa come traente linfa dalle altre due per riuscire a creare l’equilibrio e tale mio concetto nasce da un preciso pensiero e non da una scelta occasionale per tentare di modificare una costante dei racconti ed avventure.

Perché prevedere un dio unico creatore e tre dei superiori? Dall’esigenza di giustificare ciò che noi chiamiamo vita è il motivo che mi ha condotto a tale divisione. Nella filosofia di Platone, nella religione Cattolica e le altre maggiori viene vista l’esistenza terrena come un sorta di luogo di passaggio, tale che sia essa esigenza per riuscire a determinare cosa sarà dopo la morte. Che sia reincarnazione oppure Paradiso poco differisce, in quanto prevedono una velo oltre il quale non si può guardare, che separa vita mortale da quella che esiste dopo il termine dell’esistenza, una promessa di eternità dell’anima ad esempio. Se ci soffermiamo sulla religione Cattolica tutti sappiamo che il “mito” del Paradiso è quel luogo che possiamo raggiungere solamente se abbiamo tenuto in vita un corretto comportamento cristiano, ma sappiamo anche se pentimento avviene prima della morte i peccati vengono sanati e le porte dell’Empireo vengono aperte. Adesso ciò scuote l’animo di colui che aborra le cattiverie, ma che vuole, anzi pretende la giustizia almeno nel momento della morte.

Così, comunque, appare anche complicato giustificare la decisione di Dio che accoglie il malvagio nel Paradiso, questo perché allora basta pentirsi all’ultimo e godere in vita di tutti quei lussi o vantaggi che un comportamento cattivo concede. Dove si può trovare la giustificazione di ciò? Ho immaginato un mondo solo di male, una battaglia continua, tra cattivi e malvagi, indifferenza per la vita, la dignità e la sofferenza altrui come strumenti di divertimento, il più forte sottomette il più debole, umiliandolo, seviziandolo ed uccidendolo. Orrendo, non vi è dubbio.

Poi ho costruito nella mente il mondo fantasioso illuminato dalla sola e calda luce del bene. Cosa ho veduto? Noia, povertà di pensiero; se tutto è bello e tutto è giusto si rischia di perdere il valore della vita. Se ogni momento ti innamori, di qualcuno, di un paesaggio, di una sciocchezza qualunque finisci con il perdere il contenuto ed il senso del sentimento che provi, diviene, incredibilmente, un’abitudine il cui contenuto viene dato per scontato. Il soffrire durante la vita, se esiste mondo oltre la morte, più che una prova mi appare come strumento per consentirci di godere delle bellezze e delle gioie che possiamo cogliere nella nostra terrena esistenza. In più la sofferenza è fonte unica di ispirazione, il tetro e cupo suggerisce all’artista, gli parla all’orecchio.

Quasi scontato, a volte, è pensare all’artista come tormentato, le sue opere profonde perché scavano nell’animo umano e lo mostrano con tutta la sua crudezza, ed è presente il buio anche quando sembra che non ci sia. Immaginate una Gioconda con uno sfondo azzurro, bianche nuvole ed uccellini che volano; quel contrasto tra il sorriso accennato, il volto cortese ed il buio alle spalle svanirebbe rubando tanto della bellezza dell’opera. Per cui avere il bene o il male come dominatori incontrastati di un modo è come immaginarlo solamente capitalistico oppure comunista; gli estremismi che siano politici, sociali o religioni conducono al disfacimento e povertà.

Ciò che serve, perlopiù nell’esistenza terrena, è l’equilibrio, il dosare per creare una miscela che non sia solo dolorosa e sofferta esistenza, ma anche scoperta di ciò che profondamente bello nel mondo esiste, assaporandone il gusto in maniera piena e completa. Dio, o qualsiasi altro nome vogliamo dargli, sarebbe persino crudele nel dare nel mondo una felicità incondizionata, toglierebbe la possibilità provare il gusto che ho appena descritto, ma anche lasciare l’uomo in balia del libero arbitrio si dimostra deleterio, perché la mente troppo spesso si affaccia su quella parte dell’animo che è malvagio.

Per questo immagino nel mio romanzo il dio supremo, che io ho chiamato Spirito dell’Universo, un dio del bene superiore, che ho chiamato Haat e permane sulla sua lucente piramide, Zhaaf il dio superiore del male, signore degli inferi, ed infine il Re Oscuro, colui nato da un pezzo di bene ed uno di male, chiamato a rappresentare l’equilibrio e persino dotato di doni e poteri superiori agli altri due dei, proprio perché il primeggiare del bene o del male comporterebbe conseguenze infelici. Ed anche se gli inferi li colloco in parte sottoterra, la casa degli dei superiori si trova sulle tre lune che abitano il cielo, due grandi ed una di minore dimensioni. Questo perché mai nessuno ha provato che i demoni vogliano solo abitare nel fuoco, ed anzi, secondo me, ambiscono a camminare nel mondo, all’aria aperta e calpestando prati erbosi.

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